La semplificazione e la tutela delle imprese

Intervento sull’ Internazionalizzazione delle PMI alla Conferenza annuale dei Servizi “La semplificazione e tutela delle Imprese” organizzata dalla Conf.S.A.A.P. in collaborazione con l’Aspim Europa, Trasportounito, F.I.N. Commercianti, Fenalpi, Firass – SPP, Federimpreseitalia, Assocoop, AECP, AISOP e Unialp, svoltasi il giorno Giovedì 5 dicembre 2013 presso l’Hotel Campanelle, Via Siderno n. 37 a Roma.

Riflessione                            

Mentre mi accingevo a salire sul pulpito del Convegno per presentare l’Associazione Aspim Europa e parlare dell’internazionalizzazione delle piccole e medie imprese mi domandavo: “Cosa racconto a questa gente? Presidenti, Segretari di importanti Associazioni, Banche, ecc.. che staranno lì seduti ad ascoltarmi nella speranza di acquisire una consapevolezza in più su come funzione l’internazionalizzazione. Devo indurli ad una vera riflessione del mondo che ci circonda, delle sue mutazioni, dei suoi cambi epocali e del baratro a cui stiamo andando incontro se continuiamo a leggere gli eventi con i vecchi ed obsoleti strumenti dell’economie economiche e di destra e di sinistra che fino ad oggi ci hanno propinato? O devo cercare altri spunti di riflessione per parlare dell’internazionalizzazione delle piccole e medie imprese?”.

Intervento

La diminuzione delle barriere doganali, il libero scambio, la libera circolazione delle persone e dei capitali, e l’integrazione delle economie hanno portato vantaggio alle grandi imprese multi nazionali che sono riuscite a sfruttare l’internazionalizzazione produttiva ed il basso costo del lavoro.
Mentre la dimensione ridotta, la proprietà familiare, gli elevati costi fissi necessari ad effettuare investimenti “green field” e i costi legati all’ingresso sui mercati esteri rendono più controverso l’effetto della globalizzazione sulle PMI.
Si ritiene, infatti, che le PMI, caratterizzate da vincoli finanziari e manageriali abbiano difficoltà all’internazionalizzazione che li spinge ad operare sul mercato nazionale o scegliere forme di internazionalizzazione “leggere” come joint venture o partnership che implichino costi minori e minori rischi.
Tuttavia molte piccole imprese italiane si sono rese conto da tempo di aprirsi all’estero ed hanno saputo accettare la sfida. Nonostante il crollo della domanda interna molte di loro riescono a distinguersi con performance economiche sopra la media. È necessario tenere presente che una piccola impresa se è forte nel nostro paese ha maggiori canche di conquistare anche i mercati esteri. È indispensabile condividere, prima di puntare all’estero, un rafforzamento interno all’impresa in termini strategici.
Metabolizzare l’ambiente circostante nell’internazionalizzazione delle PMI può significare opportunità di crescita perché permette di conoscere un più alto livello di operatività percorso da altri e dunque imitabile se non addirittura migliorabile.
Ma è solo attraverso la collaborazione attiva tra intelligenze, competenze e conoscenza diverse che si creano gruppi efficaci sul piano della “produzione di nuove idee” e di sistemi adeguati per realizzarli.
La spinta, infatti, verso l’estero deve essere data dalla capacità di offrire servizi qualitativi.
In un contesto come quello italiano l’unico posizionamento per le nostre piccole – medie imprese sostenibile è quello di fornire la “miglior qualità“, anche per intercettare più facilmente ciò che il resto del mondo si aspetta dal made in Italy. La globalizzazione ha portato comunque uno scostamento degli aspetti produttivi di interi comparti merceologici con importanti perdite da parte dell’economie occidentali, ha sviluppato la creazione di ingente ricchezza favorendo la nascita di nuovi consumatori.
Il calo della domanda interna non ci deve indurre a pensare che il mondo sia in crisi, al contrario ci sono aree che registrano tassi di crescita importanti, e la creazione di un nuovo mercato.
Sono proprio costoro, i rappresentanti di una nuova massa di consumatori che si aspettano dalle produzioni italiane quell’eccellenza qualitativa non solo nella manifattura per cui siamo riconosciuti ed apprezzati da tempo.

Riprendendo le parole del premio Nobel per l’Economia, Amartya Sen, “La globalizzazione- internazionalizzazione dovrebbe essere considerata come una straordinaria opportunità che però non può mancare dal conseguire una promozione altrettanto globale, di ogni forma di libertà politica e sociale”.
Ciò sta a significare che il vero processo di internazionalizzazione non consiste solo nel possesso di tecnologie o di know out ma anche in un “processo di trasformazione sociale” che elimini le principali forma di povertà, ignoranza, fame e sfruttamento indiscriminato delle risorse umane ed ambientali.
L’attuale crisi economica ha acuito la percezione di un mondo diviso tra la povertà di molti e la ricchezza di pochi privilegiati e ha in comune alcuni aspetti con la crisi del 1929. Ad esempio gli Stati Uniti hanno avuto, oggi come allora, un posto di leader sulla scena economica e politica internazionale. Essi hanno impegnato molte risorse economiche a fini bellici per il controllo delle materie prime … mentre l’Europa convinta di stare bene “ha condotto” una ampia massa di popolazione ad agire in borsa. Si è sviluppata, in questo modo, una politica monetaria che ha spinto all’aumento della liquidità e le banche a concedere con tanta facilità mutui per acquisti di immobili aumentando, così, il debito pubblico, ecc..
Nessuno, inoltre, si è preoccupato della ingiusta distribuzione del reddito tra i continenti.
Le persone povere hanno iniziato con qualsiasi mezzo ad emigrare verso i paesi europei poiché internet ha reso evidente al mondo arabo, africano e slavo le ricchezze dell’Occidente, trasformandolo in un luogo di approdo per disperati, rifugiati politici e perseguitati.
Questi movimenti migratori sono diventati una “vera e silenziosa invasione” che hanno dettato nuove regole di comportamento sociale e alterato le scelte dei consumatori.
Di fronte a questo fenomeno si colgono nuovi paradigmi di consumo, a sostegno delle aspettative di benessere quale sintesi virtuosa di processi di identificazione:

  • Un “polo di opportunità” che si estrinseca in una offerta di qualità a costi percepiti come più convenienti.
  • Il “polo della relazione” che si traduce in scambi fiduciari tra il soggetto acquirente ed il mondo dell’offerta;
  • Il “polo dell’esperienza” cioè arricchimento delle sensazioni alla base della esperienza di consumo;
  • Il “polo della sostenibilità” che deve fornire la consapevolezza riflessiva sulle conseguenze economiche, sociali ed etiche delle scelte di consumo.

Se la collettività globale ha un potere di acquisto inferiore al bisogno di beni può cercare due soluzioni:
La prima acquistare beni che abbiamo prezzi inferiori, la seconda controllare le risorse naturali del pianeta.
La prima soluzione ha aperto la strada all’invasione cinese, la seconda porta a conflitti, alla violenza e alla insicurezza territoriale.
Nella prima soluzione l’avvento del dragone ha spazzato via migliaia e migliaia di imprese e regalato al mercato capitalistico milioni di disoccupati. Ha dato un colpo di spugna ad anni di lotta sindacale per acquisire il diritto al lavoro.
L’Europa e in particolar modo l’Italia all’inizio degli anni 2000 pensava che con la flessibilità del mercato del lavoro si sarebbe raggiunto un livello di occupazione che garantiva la crescita e lo sviluppo. Oggi non è più così, il mercato del lavoro è sempre più flessibile al punto che è stato messo in discussione l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori.
Una massa di lavoratori, “la riserva”, è pronta a svendere la propria forza lavoro pur di lavorare.
La seconda soluzione per fronteggiare un potere di acquisto inferiore alle necessita del Mondo è quella legata al controllo delle risorse naturali. A questo proposito si apre il fronte dei conflitti e dell’istituzione di “sistemi paese” sempre meno sicuri, generando la crescita di nazionalismi politici preoccupanti.
L’aumento della domanda globale ha condotto i paese ricchi e la Cina a procurarsi sempre maggiori risorse e materie prime.
La Cina sta avendo la meglio nel controllo delle fonti di energia, delle materie prime di eccellenza, come i metalli in particolare il silicio, il rame, le terre rare, per cui in tempi non molto lontani si dovrà andare a bussare alla porta del Dragone per sfamare i figli dell’Occidente.
È già iniziato l’era in cui l’America, l’Europa e l’Africa dovranno rendere conto alla Cina che, vista la sua influenza, potrà dettare legge sull’economia globale.
Se tale “legge” piacerà all’Occidente ci si dovrà adeguare agli standard cinesi di benessere economico, di etica e di equità molto diversi per difetto dai nostri.
Se, invece, le regole cinesi non dovessero trovare un consenso allargato in Occidente, allora si dovrà sperare in una forte azione diplomatica e di contrattazione per evitare il ripetersi di avvenimenti storci già visti, di egemonie, ecc..  Oggi, infatti, la Cina controlla la maggior parte dei satelliti e dell’etere ed il rischio da allontanare è una guerra fredda cibernetica, che porterebbe alla chiusura dell’era della società capitalistica.

Dott. Francesco Dario Perini

 

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